Staminali – Qualcosa o qualcuno?

di - 29 agosto 2009

Sostenendo che la sua amministrazione “prenderà decisioni basate sui fatti, non sulle ideologie” il Presidente Obama, lunedì, ha allentato i vincoli che imbrigliavano la ricerca sulle cellule staminali umane negli Stati Uniti. L’ordine esecutivo ha dato 120 giorni al National Institute of Health, il cuore della ricerca scientifica americana, per mettere a punto le linee guida delle modalità con cui verranno distribuiti i finanziamenti federali. «La completa potenzialità della ricerca sulle cellule staminali – ha spiegato Obama – resta sconosciuta, e non deve essere esagerata. Ma gli scienziati ritengono che queste cellule possano avere il potenziale per aiutarci a capire e, possibilmente, a curare alcune delle più devastanti condizioni mediche e malattie».

La notizia ha immediatamente rinfocolato le braci dei dibattiti internazionali sui confini, etici e giuridici, della nozione di concepito: cosa o persona?

Innanzitutto occorre chiarire cosa siano le cellule staminale. Esse sono cellule non specializzate che si rinnovano attraverso la divisione cellulare per un periodo indefinito di tempo e che possono trasformarsi in cellule specializzate di vari tessuti dell’organismo. Grazie a questa proprietà le cellule staminali hanno la capacità di riparare organi danneggiati rimpiazzando cellule morte o non più funzionanti. A seconda della loro provenienza, le cellule staminali sono definite totipotenti, se possono dare origine a qualsiasi tipo di tessuto, o multipotenti, se possono trasformarsi solo in alcuni tessuti. Le cellule staminali si trovano in alcuni tessuti dell’adulto (ad esempio nel midollo osseo) e nel cordone ombelicale. In questo caso sono cellule non specializzate reperibili tra cellule specializzate di un tessuto specifico e sono prevalentemente multipotenti. Queste sono tuttora utilizzate in cure per oltre cento malattie e patologie. Le cellule staminali embrionali, invece, sono ottenute a mezzo di coltura. La ricerca sulle cellule staminali embrionali è ancora ai primi stadi: fare ricerca con cellule umane di questo tipo è una questione controversa. Difatti per poter ottenere una linea cellulare (o stirpe, o discendenza) di queste cellule si rende necessaria la distruzione di una blastocisti, un embrione non ancora cresciuto sopra le 150 cellule. Tale embrione è ritenuto da alcuni un primitivo, od almeno potenziale, essere umano, la cui distruzione equivarrebbe all’uccisione di un essere umano già concepito.

È qui che si inserisce la diatriba riguardo l’effettiva latitudine della nozione di concepito, terreno di scontro tra le forze cosiddette pro-life, genericamente intese, e coloro i quali chiedono una maggiore libertà nell’utilizzo di embrioni umani ai fini della ricerca.

“Concepito” è un termine utilizzato anche nel linguaggio giuridico, in particolare nelle leggi che regolano la fecondazione medicalmente assistita e l’interruzione volontaria di gravidanza, per riferirsi all’embrione o al feto dell’essere umano dal momento del concepimento, senza introdurre distinzioni tra le fasi dello sviluppo embrionale e fetale e senza sottintendere la qualifica di persona o di cosa. L’uso di questo termine in luogo di quelli utilizzati in biologia e medicina (tra cui, oltre ad embrione e feto, zigote, blastocisti, morula, blastula, gastrula) è conseguenza della necessità di un termine neutro a causa del dibattito etico in corso.

Il primo riconoscimento giuridico dell’esistenza di diritti in capo ad un soggetto non ancora nato risale alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale che ha collegato la tutela dei diritti dell’embrione all’art. 2 della Costituzione che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». La legge n.194 del 22 maggio 1978, regolante l’interruzione volontaria della gravidanza, all’articolo 1 afferma che «Lo Stato [...] tutela la vita umana dal suo inizio». La Corte Costituzionale (sentenza n. 35 del 10/2/97), tornando sull’argomento proprio per interpretare tale legge, ha riaffermato il diritto alla vita del concepito fin dalla fecondazione interpretando la legge 194/78 come diretta a tutelare non solo la donna incinta, ma anche il figlio, attraverso il criterio del “bilanciamento” degli opposti e concorrenti interessi dei due, in quanto uno vive dentro l’altra. Un ultimo riferimento va fatto alla legge 40 del 19 febbraio 2004 che all’articolo 1, sottoposto a referendum ma senza raggiungimento del quorum, riconosce il concepito come soggetto titolare di diritti: «la presente legge [...] assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito».

Detto ciò, occorre conciliare tali norme con la possibilità data alla donna dalla legge 194 già citata di interrompere volontariamente la gravidanza entro 90 giorni dal concepimento, un termine sensibilmente più lungo di quello necessario ai fini della ricerca (si parla di un massimo di 14 giorni). Dalla risoluzione di questa incongruenza normativa, forse, si potrebbe ricavare una risposta all’interrogativo che si pone alla base di ogni possibile normativa in materia: quando si può cominciare a parlare di essere vivente?

Sgomberando il campo da ogni motivazione dal sapore ideologico, occorre dire che, analizzando proprio le norme succitate sembra potersi scorgere un’importante discrimine: le prime, per quanto solenni e moralmente importanti, raccolgono semplicemente delle enunciazioni di principio; la seconda indica un termine perentorio entro il quale è possibile esercitare liberamente e legalmente una propria facoltà. Se ne deduce, quindi, che il legislatore, nella sua valutazione del 1978, abbia posto come soglia ai fini del riconoscimento del diritto alla vita la XIV settimana.

Sembra allora lecito domandarsi: occorrere rivedere la legge sull’aborto in virtù di una mutata sensibilità rispetto alla concezione del concepito o si tratta di un’indebita irruzione della morale di alcuni sullo Stato di diritto?

Emanuele Licciardi

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  1. Antonio De Gregoris ( 10 marzo 2009 alle 18:51)

    Certo, aldilà della buona notizia per la liberalizzazione della ricerca nel campo staminali, interogarsi sul momento in cui quell’mmasso di cellule che poi sarà un umano sia vita o meno è una questione piuttosto complessa e imprenscindibile ai fini della normazione.

    qual è il metodo giusto per la decretazione di vita o morte?
    il tempo? meno di tre mesi non vita, oltre vita.
    la qualità? sono sole cellule in qualche modo organizzate in ordine sparso quindi non vita; sono cellule che trovano una loro coposizione funzionale l’una nei confronti dell’altra quindi vita
    l’emotività? sono ancora legami chimici che non hano la capacità di esprimere un sentimento quindi non vita; è un essere che prova dolore e piacere quindi vita.

    forse ciò che deve essere tutelato non deve essere la vita nella sua genericità, perchè nessuno si preoccupa della vita del lombrico, ma della vita umana. la questione si sposta dunque su cos’è uomo e cosa non lo sia qual è quel quid pluris che che ci fa dire “ok questo è un uomo, non si tocca ha dei diritti”
    non saprei rispondere ma credo si debba ragionare in questo senso sulla definizione di uomo e non di vita.

  2. Emanuele Licciardi ( 10 marzo 2009 alle 19:29)

    Hai ragione Antonio. Mi permetto di aggiungere che il mio post vada letto in tal senso, perchè, seppur parta da premesse più generali, è ovvio che trovi il suo fine logico e maggiormente conflittuale nella definizione di essere vivente non in quanto genericamente tale, ma in quanto uomo.

  3. Sono d’accordo con Antonio De Gregoris.

    Mettendo da parte che la ricerca secondo me non deve solo mirare all’obiettivo da raggiungere,ma anche a quale prezzo questo viene raggiunto,
    e che le cellule staminali embrionali hanno mostrato insormontabili difficoltà
    ,di esse,infatti non si riesce a controllare il ciclo cellulare, ovvero continuano a proliferare senza controllo come accade per le cellule tumorali.

    Comunque Credo sia impossibile ad oggi stabilire con precisione quando l’embrione può essere trattato come un “non umano”,
    anche perché la vita è continua evoluzione,l’unica cosa certa è che quell’embrione in condizioni di assoluta normalità diventerebbe un uomo.

    …..“è già uomo colui che lo sarà” ( di Tertulliano).

  4. Emanuele Licciardi ( 11 marzo 2009 alle 23:53)

    Bene…Allora diciamo che l’embrione,qualsiasi embrione, è già vita. Ciò significherebbe l’abrogazione della legge sull’aborto e l’abbandono di ogni tipo di ricerca e sperimentazione. Possiamo affermare che, così, abbiamo fatto qualcosa di “eticamente giusto”? E, soprattutto, avremo agito secondo l’etica di tutti, della maggioranza o soltanto di alcuni?

  5. Ammesso che si possa affermare cosa eticamente sia giusto e cosa no, io aggiungeri ulteri domande “l’etica è quella che viene decisa dalla maggioranza delle persone?”
    Se avessimo la certezza che l’ipotesi che ha appena formulato sia la verità e al contrario la maggioranza delle persone pensasse che comunque sia eticamente giusto il sacrificio di innocenti e inconsapevoli “esseri viventi non in quanto genericamente tali, ma in quanto uomini” sarebbe eticamente giusto?

  6. Alessandra Magnaghi ( 12 marzo 2009 alle 10:41)

    Interessante dibattito. Sono d’accordo con Emanuele, in qualche modo l’origine della vita è la sua parte più sacra. Ma andatelo a spiegare a una donna che non vuole un figlio. E’ impossibile, è una cosa che succede nel suo corpo, e se lo Stato non l’aiuta a fare quello che vuole, quella donna ricorrerà alle mammane (operavano con il ferro da calza) o si butterà dalle scale di pancia. Non sono ironica, sono storie di prima mano. La verità è che la natura è feroce, le donne anche possono esserlo, ma sarebbe ancora più feroce (e soprattutto impossibile) costringere qualcuno a fare del proprio corpo qualcosa che non vuole.
    Sulle staminali ringrazio soprattutto per l’articolo, che spiega bene i confini della questione. Io sono a favore di una ricerca guidata da regole ferree. Soprattutto perchè, se questa ricerca non sarà condotta dallo Stato, lo sarà al di fuori, senza regole e con finalità sinistre.

    Insomma, la questione ha sicuramente un lato ideale, ma prima di tutto c’è la realtà. Che piaccia o no, le donne ricorrono all’aborto; che piaccia o no, la ricerca sulle staminali verrà portata avanti, in modo legale o no. Fa parte della spinta dell’essere umano a superare confini. E’ ineluttabile.

  7. francesco de pasquale ( 12 marzo 2009 alle 12:12)

    Ci sono molte malattie degeneratrici che non conoscono cure.questo perchè la medicina occidentale,sperimentata fino ad oggi,con la sua tecnica non può far altro che tentare di rallentare il percorso degenerativo.L’utilizzo delle staminali supplirebbe a questa mancanza,rigenerando e non rallentando.Certo,magari non funziona sempre…ma se avessi davanti una strada che mi conduca inevitabilmente alla paralisi e poi alla morte,non esiterei a provare.anche se ci fosse una possibilità su cento.
    Un mio amico,che è stato in classe con me dall’asilo fino alla quinta elementare aveva la distrofia muscolare.All’asilo giocava con noi,andava in bicicletta,correva etc..più o meno in seconda elementare cominciò ad avere problemi di deambulazione;in quinta elementare era già sulla sedia a rotelle…e infine quando era al terzo anno di liceo,è morto.Una malattia devastante,degenerativa,inarrestabile.Impossibile dimenticare.
    NOn mi interesso di chiesa,nè di religione.potrei provare a parlare di etica che ,per me, è ben lontana dall’etica cattolica.Mi spiego:
    La chiesa ha lottato,urlato per imporre la continuazione della sofferenza di eluana,in un caso che scientificamente non aveva possibilità di essere risolto.Attaccamento alla vita,si è detto.La vita è un dono.Questo lo condivido.Ma allora non riesco proprio a spiegarmi il perchè questo attaccamento debba impedire di lottare e combattere proprio quando residua anche solo una possibilità di regressione della malattia..perchè lasciare che queste persone camminino lentamente verso la propria fine senza provare neanche ad impedirlo.Un cattolico,forse potrebbe rispondere che è Dio che vuole così.CHe la scienza non può e non deve alterare il destino dell’uomo..che l’uomo non può e non deve sostituirsi a Dio..dunque il polverone che il mondo per lo più cattolico ha sollevato sul caso di eluana,non avrebbe alcun senso.Poichè anche lì era la scienza dell’uomo che impediva il normale corso delle cose “previsto da Dio”..e allora,forse,più che cultura della vita..a me sembra cultura della sofferenza. NOn accetto che l’ultima e unica speranza di guarire debba essere messa nelle mani di dottori e strutture che vivono a migliaia di km da qui con dei costi improponibili,che spesso impongono scelte estremamente drastiche a delle famiglie che non possono permettersi di sottoporsi alla cura…direi all’unica cura.

  8. Io penso che la democrazia sia un bene da difendere, e che la libertà di un uomo finisca dove incominci quella di un altro.
    Detto questo restando sempre nell’ambito dell’ipotesi formulata che dentro quella donna ci sia un uomo,credo che nella realtà sia molto più facile spiegare a quella donna che dentro il suo corpo possiede un bene prezioso e da difendere e che questo non c’entra nulla con la sua sofferenza, che prima o poi cesserà con il tempo e la volontà di reagire, piuttosto trovo che sia impossibile riuscire a spiegare all’uomo dentro di lei che debba morire perché la sua “mamma” sta soffrendo,poiché la differenza fra i due è evidente ,la madre può essere aiutata dal momento che è dotata di una coscienza e della possibilità di agire e reagire,al contrario l’indifesa creatura purtroppo no.
    Per quanto riguarda l’evoluzione della ricerca credo anch’io che questa non deve e non può essere arrestata così come credo che non ci sia una sola e unica strada per arrivare alla soluzione del problema ,scienza ed etica posso convivere.
    Che piaccia o no nella realtà si commetteranno sempre azioni di dubbia moralità ma è anche vero che si può cercare di fare tutto quello che è umanamente possibile per prevenire,frenare o arrestare questi eventi.

    “Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è nè sicura, nè conveniente, nè popolare; ma bisogna prenderla, perchè è giusta.” (di Martin Luther King)

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