Storia e antropologia del tatuaggio – Fra tradizione e contemporaneità

febbraio 25, 2010 in Società by Michela Fusaschi

corporalmente correttoPer l’antropologia, il tatuaggio è una pratica che rientra nella categoria delle modificazioni/alterazioni del corpo largamente e storicamente diffuse pressoché in tutte le società

e reso possibile attraverso l’impiego di inchiostro o altri pigmenti. È un segno visibile le cui dimensioni possono variare molto: da molto piccole a ricoprire l’intero corpo. Esso può essere provvisorio o permanente. Esempi del primo caso sono le calcomanie o l’uso di pigmenti di origine vegetale come l’henné che perdurano solo qualche settimana; nel secondo, invece, i segni sono irreversibili in quanto ottenuti per mezzo di punture del derma con aghi intrisi di inchiostro o di altre sostanze. Questi segni, praticati con tecniche tradizionali o con l’ausilio di apparecchiature elettriche, lasciano sulla pelle una decorazione indelebile dopo un periodo più o meno lungo di cicatrizzazione. I tatuaggi di questo ultimo tipo, nelle loro diversità di colorazione e ampiezza, non possono essere rimossi se non attraverso l’impiego di strumentazione chirurgica. A tale scopo, oggi sempre di più si fa uso del laser.

Il tatuaggio, lo si sa, è pratica antichissima come dimostrano anche i ritrovamenti di corpi mummificati in molte parti del mondo e le testimonianze già a partire da Erodoto.

Non pochi sono i testi di epoca greco-romana nei quali il termine “stigma” ricorre per significare pratiche di marcatura del corpo, e anche figurazioni pittoriche come attestazioni punitive e come emblemi dell’umiliazione.

La letteratura etnografica ci ha per molto tempo restituito interpretazioni di pratiche come il tatuaggio in termini di segni tradizionali per mezzo dei quali la collettività viene ad imprimere sulla e nella carne degli individui marchi indelebili di un’appartenenza ed un’identità comuni, questo per ricordare costantemente i valori della società nella sua

MaoriMoko

interezza e attribuire anche agli individui un posto adeguato in seno alla medesima come perpetuazione di un ordine sociale.

Il moko

In questo senso, come elemento di appartenenza culturale ad un gruppo e come simbolo identitario dalla straordinaria efficacia simbolica, il moko, ovvero il tatuaggio facciale dei Maori, costituiva una sorta di firma degli uomini liberi e nobili ed era connesso ad un lungo processo incorporativo dalla pubertà all’età adulta: come simbolo dell’unicità il moko era segno di una raggiunta completezza.

I Freakshows – Dal razzismo scientifico a quello popolare

Solo verso la metà dell’Ottocento il tatuaggio in Europa conosce diffusione e visibilità notevoli attraverso le esposizioni di persone tatuate nei circhi e nelle fiere: fenomeno reso possibile grazie ad una sua “ri-scoperta” avvenuta nel 1769 da parte di James Cook, il quale, di ritorno dal suo secondo viaggio dalle isole del sud del Pacifico, trascrisse per la prima volta la parola tattow.

Derivata dal termine indigeno tatu o tatau, in realtà è un’onomatopea che fa riferimento al suono prodotto dal picchiettio del legno sull’ago impiegato per forare la pelle che significa “infliggere ferite”.

Tattow entrò definitivamente nel vocabolario inglese riscritto come tattoo per giungere infine nel nostro paese come tatuaggio.

freakshow

Da quel viaggio furono riportati in Inghilterra un nome e, soprattutto, Omai, un principe polinesiano dal corpo completamente tatuato: ritenuto l’emblema del “primitivo” fu presentato ed esposto in pubblico come simbolo concreto della superiorità europea. Cominciarono così nel Vecchio e nel Nuovo continente una serie di esibizioni -i freakshows, in seguito divenuti letteralmente degli orribili “zoo umani”- che riscossero notevole successo, tanto da sancire la nascita di quello che venne definito come un “nuovo esotismo”. Verso la metà del XIX secolo fu così creata e diffusa l’immagine di un’alterità “primitiva” proprio nell’epoca delle Grandi Esposizioni Universali, allestite in molte parti del mondo e visitate da milioni di spettatori, da Parigi ad Amburgo, da Chicago e Filadelfia, da Londra a New York e fino a Milano. I freakshows conobbero il loro apogeo oltre oceano fra il 1835 e 1940, quando i corpi di persone ritenute “fuori dal comune” (malformati, ipertricotici o glabri ecc..), per nascita o talvolta anche per scelta, furono sistematicamente spettacolarizzati.

Lungo questo percorso, che si configura anche come una tappa fondamentale della transizione da un “razzismo scientifico” a un “razzismo popolare”, di solito si sorvola sul fenomeno che si diffuse negli Stati uniti sul finire del XIX delle cosiddette Circus Ladies, il quale si concretizzava nell’esibizione in pubblico di donne che avevano il corpo interamente tatuato. Prima fra tutte fu Nora Hildebrandt che, nel 1882, all’età di ventidue anni, con i suoi 365 tatuaggi venne fatta esibire al Bunnell’s Museum di New York. L’artefice della radicale modifica era stato Martin Hildebrandt il padre, un emigrante di origine tedesca il quale trovandosi in cattività per un anno intero (era stato preso in ostaggio durante la guerra civile americana) praticò un tatuaggio al giorno sul corpo della figlia. Qualche settimana dopo fu la volta della famosa Belle Irene, al secolo Irene Woodward, autoproclamatasi la “originale signora tatuata” e salutata al suo arrivo negli Usa niente meno che da un articolo sul New York Times. Queste due figure contribuirono, benché a titolo diverso, alla nascita delle prime associazioni di donne tatuate per scelta, che si diffusero con certo successo soprattutto dopo l’invenzione, nel 1891, della macchina elettrica per tatuatori.

I veri ‘duri’

In quello stesso periodo, la pratica del tatuaggio veniva a definire anche una “caratteristica” tipica, come avrebbe detto anche Lombroso qualche anno dopo, di alcune categorie di individui, i quali erano ritenuti vivere ai margini della società come marinai e carcerati.

Per costoro il segno indelebile lasciato dal tatuaggio veniva a rappresentare sia l’attestazione del passaggio alla vita dei veri “duri”, sia un segno di virilità. Il tatuaggio era in uso fra pellegrini e soldati, pirati, prostitute e spogliarelliste, ma anche fra operai che vi vedevano il modo per simbolizzare una messa in valore del sé. Altrettanto lo era fra i nobili, uomini e donne, per i quali esso rappresentava un segno di distinzione sociale.

In Europa, sul finire del XIX secolo, le teorie positiviste fanno del tatuaggio un elemento caratteristico delle categorie ritenute socialmente pericolose. Così Lombroso lo studia anche al fine di valutare le tare ataviche dell’uomo criminale: l’uomo e la donna “delinquenti” mostrerebbero delle particolarità simili a quelle di alcuni animali e, per il fondatore della criminologia, degli esseri più primitivi. Queste stesse caratteristiche avrebbero reso difficile, se non addirittura impossibile, l’adattamento di costoro alla società moderna e avrebbero anzi spinto questi “delinquenti” a reiterare i reati nel tempo. Dalla seconda metà dell’Ottocento, proprio Lombroso riuscì a raccogliere, in maniera eterogenea e approssimativa (senza preoccuparsi del contesto e tanto meno della storia nella quale questi segni si venivano a produrre), migliaia di dati, immagini e informazioni su carcerati, prostitute, emarginati come i malati di mente, ma anche molte immagini di persone che possedevano uno o più tatuaggi ma erano al contempo ritenute “normali” (ad esempio i soldati).

Il tattoo revival – Contestazione, provocazione e rivendicazione di soggettività femminile

Giungendo a tempi a noi più vicini potremmo dire che il tatuaggio ritrova un suo posto nelle società statunitensi sul finire degli anni Sessanta, segnatamente con la nascita dei movimenti di contestazione e del movimento hyppie, come simbolo contro la guerra del Vietnam e della lotta per i diritti civili. All’inizio degli anni Settanta, in Inghilterra (soprattutto a Londra) la manipolazione del corpo in generale viene a costituire l’emblema della generazione Punk, con l’intento deliberato di derisione delle convenzioni sociali dell’epoca. Siamo, infatti, negli anni delle grandi contestazioni, delle proteste, della rivoluzione sessuale e della nascita del movimento femminista. Il tattoo revival mette in scena la liberazione dalle costrizioni sociali, il simbolo di una provocazione costantemente visibile contro le norme dell’apparenza e dell’appartenenza dell’epoca, anche di una rivendicazione di una soggettività femminile sino ad allora repressa.

In generale, la corporeità nella sua plasmaticità e malleabilità diviene la superficie ideale su cui proiettare un rifiuto netto e radicale delle condizioni di vita precedenti.

Neo-tribalismo e Modern Primitives

All’interno di una storiografia del tatuaggio in Occidente non può essere certo dimenticato il movimento del neo-tribalismo e dei Modern Primitives, che ha trovato in Fakir Musafar (pseudonimo ripreso da un fachiro indiano vissuto nell’Ottocento che per molti anni tentò di dare spiegazioni circa i misteri del corpo e della psiche infilzandosi con lance e spade) uno dei suoi esponenti riconosciuti a livello globale, se non il pioniere. Quest’ultimo, già dagli esordi si richiamava a pratiche tradizionali legate alla rivisitazione dell’immaginario sui nativi americani proprio per esplorare i limiti del sé non solo attraverso il tatuaggio, ma per mezzo di costrizioni del giro vita e impiego di ganci per le sospensioni del corpo.

Dalla dissoluzione della propria differenza personale nella comunità all’odierna ricerca d’individualità

Dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, questa pratica esce definitivamente dalla dicotomia bene/male e, soprattutto, dalla clandestinità di un tempo e dalla marginalità connessa con i loro possessori, entrando progressivamente, ed a pieno titolo, nello scenario/mercato globale proprio come un qualsiasi altro “accessorio” (occhiali da sole, borse e scarpe). Come accessori, quindi, anche i tatuaggi conoscono una diffusione rilevante sotto forma di disegni, tipologie e colori, ma anche di materiali, oggetti e gioielli fra cui scegliere persino in Rete.
Le iscrizioni contemporanee non si fondano sugli stessi presupposti di quelli tradizionali legati al senso identitario dell’intera comunità, anzi ne rimangono assolutamente estranee. Nei contesti tradizionali, si tratta di pratiche che garantiscono un certo ordine sociale e il senso di appartenenza alla comunità tutta: il segno tradizionale rappresenta la volontà di dissolvere la propria differenza personale e costituisce il mezzo per accedere a determinate prerogative sociali. Viceversa, nelle nostre società contemporanee il tatuaggio mette in mostra l’individualità, vale a dire la differenza del proprio corpo rispetto agli altri ed al mondo. Piercing e tatuaggio permettono ai singoli di fare del corpo il luogo del desiderio individuale, della tensione al cambiamento (il fare ciò che si vuole). Un corpo che si ritiene assolutamente libero e liberato, un luogo individuale di differenziazione ma pur sempre all’interno di quei modelli che, nel corso del tempo, la società è venuta accettando.

Michela Fusaschi è professore aggregato presso l’Università Roma Tre, Dipartimento di Studi Internazionali dove insegna Antropologia Culturale e Sociale.

Questo saggio, scritto per Dillinger, è una rielaborazione a partire da
M. Fusaschi (2009) Antropo/grafie del corpo. Piercing e tatuaggio nelle soggettività contemporanee in G. Guizzardi, Identità incorporate.  Segni, immagini, differenze, Il Mulino