La dignità vale più della vita. E’ l’ultimo
messaggio al mondo dell’ennesimo uomo e lavoratore che decide di uscire di scena, all’improvviso, dalla vita. Strozzato da debiti e tasse, incapace di chiedere o trovare aiuto. E come ieri lui, così oggi un altro ( e domani forse un altro ancora) prende una corda e la appende al soffitto quando si accorge che non gli rimane neanche qualche manciata delle ore di lavoro che aveva. Lui, l’altro, loro, solo gli ultimi dei tanti che se ne vanno senza alternative da questa Italia flagellata dalla crisi economica.
Perché è così, ormai i suicidi per crisi hanno cadenza regolare. Tanto puntuali che le vedove, vittime vive, hanno deciso di riunirsi in corteo a Bologna, reggendo solo bandiere bianche e marciando insieme a imprenditori, lavoratori, disoccupati per le strade della città. L’hanno fatto per ricordare chi non c’è più, ma anche per sensibilizzare l’opinione pubblica di fronte a questa nuova piaga sociale. E l’hanno fatto perché qualcosa si muova, perché le istituzioni intervengano come possono.
Nel frattempo, storie tutte diverse eppure tutte tristemente uguali si aggiungono all’elenco. Ci sono i piccoli imprenditori, più di trenta dall’inizio del 2012, con il record del Veneto, già a quota dieci vittime. Alcuni, costretti a licenziare, poi a chiudere; altri, senza alcun calo nella produzione, ma travolti dal mancato pagamento dei propri committenti, privati o pubblici che fossero; altri ancora, tormentati da Equitalia, il mostro delle loro notti insonni in questo tempo di crisi. Per loro, gli imprenditori, si sono mobilitate le associazioni di categoria, che chiedono con forza interventi a livello nazionale, come l’istituzione di un fondo di solidarietà per l’erogazione di mutui ai soggetti in crisi economico-finanziaria. E sono nati un’associazione ed un numero verde. Segno che il problema c’è e non si nega. Ma ancora non basta, e le vittime aumentano.
E insieme a loro, ci sono i lavoratori. Perché è fra i segni tangibili della portata di questa crisi il fatto che non abbia risparmiato nessuno, inghiottendo in un solo boccone le due barricate. Come quelli che il lavoro lo creano, così quelli che lo perdono da un giorno all’altro ritrovandosi senza prospettive. Precari rimasti ai margini, disoccupati senza più speranze, lavoratori di una vita con i figli a casa ad aspettarli: la loro lista si allunga di giorno in giorno.
A modo loro, sono anche queste, tutte, morti bianche. Non si cade dall’impalcatura, ma si muore comunque di lavoro e per il lavoro. E chi resta si trova a fare la conta di chi è andato e ad invocare cambiamenti improbabili. Confindustria ha affrontato di recente il tema, chiedendo allo Stato di intervenire a sostegno degli imprenditori, messi a dura prova dal difficile accesso al credito, dai tardivi pagamenti dei debitori, dalle richieste di pagamento dei fornitori, dall’insistenza di Equitalia, dalla necessità di garantire una retribuzione ai lavoratori. Una catena di problemi che si collegano l’uno all’altro. E sono problemi degli imprenditori ma anche di artigiani e commercianti. Appunto, una piaga sociale.
Come se non bastasse quindi la parola recessione, come se non bastassero i dati puri, crudi e asettici dell’economia, come se non bastasse ricordarsi dell’inesorabile perdita del potere d’acquisto e degli stipendi al palo da anni, ecco questi tanti, troppi epiloghi tragici che si susseguono l’uno all’altro e che vengono a ricordarci che tempo, che storia stiamo vivendo. Sono storie di gente lontana e chissà quanto diversa prima, ma accomunata alla fine della strada da un’unica uscita di sicurezza. “Non pazzi, ma disperati”, si è detto giustamente. Tutti in qualche modo vittime dello stesso vuoto di futuro, tutti caduti in trappola nello stesso buco nero.
Il lavoro, la sua mancanza. Il futuro, la sua
privazione.
Alla fine, ha ragione Pietro, quando lasciando in eredità una cosa, le sue ultime parole, parla di dignità e di vita e dice che senza la prima non sa che farsene della seconda. Forse non lo sapeva, lui, che anche la Costituzione gli dà ragione, quando parla del suo diritto ad una retribuzione che assicuri a sé ed alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Ma poco importa, perché la sua storia non è scritta sulla carta, non è un principio. E’, era, un’altra cosa.












E’ una situazione terribile e a me fa pensare un po’ al punto più basso, al fondo (della crisi) che prima o poi doveva arrivare.
Un punto così basso dal quale (spero e credo) si possa solo risalire..
risalire, lo dici tu stessa Anna,
Forse si supererà il contrasto ideologico tra datori di lavoro e lavoratori.. per ripartire tutti insieme.