The Blues – L’anima di un uomo. C’è l’anima di tutto un popolo, in quel film di Wim Wenders (1^ parte)

luglio 28, 2009 in Cultura da Giovanni Graziano Manca

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louis-armstrongA volte mi domando come sarebbe stata la nostra musica, la musica d’oggi, quella che ascoltiamo in formato mp3 anche quando facciamo la spesa, se il blues non fosse mai esistito. Ci pensate? Anche il jazz, forse, non sarebbe mai nato e comunque tutto sarebbe stato molto diverso, senza quei canti che costituiscono la radice forte di questo genere musicale con cui la gente di colore usava raccontare le proprie sofferenze dovute al duro lavoro da schiavi. Arrigo Polillo, critico jazz tra i più conosciuti e influenti dell’intero panorama mondiale di esperti di musica nera ha osservato che

si sa per certo che forme molto primitive di canto – come appunto i cries – coesistevano nel Meridione degli Stati Uniti con forme assai più evolute, come le ballate, ed è molto più difficile di quanto non si fosse per lungo tempo pensato stabilire una sia pure approssimativa data di nascita per certi canti che sono i diretti antecedenti del jazz, e cioè i primi blues. 1

Mai avremo potuto conoscere, per come lo conosciamo e per come la storia ha voluto che fosse, il patrimonio artistico di Louis Armstrong, Duke Ellington, Charlie Parker, John Coltrane e Miles Davis, atteso che

La solidarietà che si stabilisce fra il jazzman e chi lo ascolta, e l’influenza che questi può esercitare sulla creazione musicale in fieri sono facilitate dal frequente ricorso a schemi strofici e armonici familiari (le strofe e le armonie del blues, e quelle dei cosiddetti standards, temi sempreverdi particolarmente adatti all’improvvisazione jazzistica)2

E il rock? Cosa sarebbe oggi il rock se non fosse mai apparsa su questa terra, non solo come fenomeno musicale ma anche sotto un profilo più specificamente culturale e poetico-letterario, la musica del diavolo, cioè, forse, la principale fonte di ispirazione di tutta la pop music? Viene da chiedersi quale sarebbe stato il percorso dell’America nera, con quale identità culturale sarebbe cresciuta e quali storie e poesie, in alternativa, avrebbe regalato al mondo; come avrebbe raccontato il proprio amore e il proprio orgoglio, come avrebbe lenito ed esorcizzato i propri momenti di dolore profondo e in che modo avrebbe reso meno duri i tanti attimi di disperata resistenza? Molto significativamente LeRoi Jones ha scritto:

La più significativa musica negra di qualsiasi periodo è l’esatto riflesso di ciò che il negro è in quello stesso periodo, riflette le sue convinzioni su se stesso, sull’America e sul mondo. 3

Con il passare del tempo il blues è diventato patrimonio di tutti; costituisce, per la gente di colore ma non solo, una musica fortemente istintiva, connaturata e assolutamente congeniale all’essere umano che desidera esprimersi in musica nonché una modalità espressiva che dispone della stessa immediatezza e naturalezza del linguaggio parlato.

Tutto questo ma anche tante altre riflessioni hanno suscitato in me le immagini del film visto recentemente (con molta negligenza, devo dire, a sei anni di distanza rispetto alla sua uscita nelle sale!) The soul of a man presentato in anteprima a Cannes nel 2003 e scritto e diretto da Wim Wenders, il regista tedesco che ha sempre profuso una passione e una sensibilità particolari nel rappresentare il mondo delle sette note soprattutto nel campo della popoular music (suoi sono anche i lungometraggi Buena vista social club, documentario che ha fatto conoscere a livello planetario la musica afro cubana di Ibrahim Ferrer e Compay Segundo presentato al Festival di Berlino nel 1999, The million dollar hotel (Germania 2000), nato da una collaborazione con il cantante rock Bono, scritto e prodotto dallo stesso Bono, che ha anche composto e cantato le canzoni che fanno parte della colonna sonora del film e Palermo shooting (Italia-Germania, 2008) film cui partecipa Andreas Frege ‘Campino’, cantante del gruppo rock tedesco Die toten hosen arricchito da una accurata e interessante colonna sonora che comprende brani di De André, Rosa Balistreri, Calexico, Portishead, Beirut, Velvet Underground e Bonnie Prince Billy). Il lungometraggio di Wenders è peraltro solo uno dei films che fanno parte del progetto complessivo sul Blues che Martin Scorsese ha portato a compimento in qualità di executive producer.

Fanno parte della serie che comprende sette films scritti e diretti da altrettanti registi Feel like going home (presentato in anteprima alla 60^ mostra del cinema di Venezia nel 2003), scritto da Peter Guralnick e diretto da Martin Scorsese, The Soul of a man (Germania 2003), scritto e diretto da Wim Wenders, The road to Memphis, scritto da Robert Gordon e diretto da Richard Pearce, incentrato sulla straordinaria carriera musicale di BB King, Warming by the Devil’s fire, con materiale d’archivio che vede come protagonisti personaggi mitici di questo genere musicale come Elizabeth Cotten, Reverend Gary Davis, Ida Cox, Willie Dixon, Lightnin’ Hopkins, Son House, Mississippi John Hurt, Vasti Jackson, Bessie Smith, Mamie Smith, Victoria Spivey , Sister Rosetta Tharpe, Dinah Washington, Muddy Waters e Sonny Boy Williamson, scritto e diretto da Charles Burnett. E ancora fanno parte di quest’opera monumentale il film scritto e diretto da Marc Levin, Godfather and sons, lungometraggio sul blues di Chicago, Red, White & Blues, scritto e diretto da Mike Figgis, film sulla British invasion degli anni sessanta e, ultimo ma non ultimo, Piano Blues, scritto e diretto dall’eclettico Clint Eastwood.

Sforzo cinematografico e documentario ciclopico, dunque, questo The Blues, attraverso il quale viene presentata una mole incredibile di materiali d’epoca di assoluto valore storico e culturale e nel cui ambito vengono fatti emergere gli aspetti più diversi e quelli più genuini che da sempre contraddistinguono il più diffuso, il più influente e più coinvolgente mezzo di espressione musicale dei neri d’America. Pensate alle immagini celebrative del pianoforte quale strumento che più compiutamente è in grado di riprodurre le note tipiche del genere musicale di cui si parla, nel film di Eastwood, oppure al giusto tributo offerto da Marc Levin alla Chess Records, una delle etichette storiche del Blues per la quale incisero eminenti personaggi del blues di Chicago come Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Willie Dixon.

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1 Cfr. Arrigo Polillo, Jazz, edizione aggiornata a cura di Franco Fayenz, Mondatori, Milano 2007, p.21.

2 Cfr. Arrigo Polillo, Jazz, cit., p.12.

3 Cfr. LeRoi Jones, Blues people – Negro music in white America, William Morrov & Co., New York 1963. Ed. Italiana: Il popolo del blues, Giulio Einaudi Editore, Torino 1966, cit. in Arrigo Polillo, Jazz, cit., p.15.

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