Il pezzo che segue è liberamente tratto da un suo racconto inedito, Tokio.
“Ortensia mi ha chiamato due giorni fa, stordita dalle notizie in arrivo dal Giappone. Mi ha detto che ci sono 3 cose che i Giapponesi temono: i terremoti, lo tsunami e il nucleare. Poi mi ha detto di aver scritto un racconto, in tempi non sospetti, che si apre con una descrizione onirica di questa triplice tragedia. Le ho chiesto di leggerlo ed è meraviglioso. Le ho proposto di pubblicarne una parte, la descrizione della catastofe, per stare vicini, almeno con il pensiero, ai giapponesi. Ortensia ha accettato. (Alessandra Magnaghi).
Tratto dal racconto inedito ‘Tokyo’
(…) L’assenza. L’intervallo di ogni istante.
Il mercato ittico di Tsukiji è intriso di pioggia fina. Una nebbia che si asciuga col grigiore dell’alba sotto le curve di neon, che abbagliano le aste di tonni. I corpi sono allineati come dopo un massacro. Bianchi di ghiaccio, tozzi di carne, vuoti d’interiora; etichettati, segnati, venduti; con le branchie forate e le pinne mozzate. Si seguono al suolo, lungo un percorso che indica la via d’uscita dallo stanzone tetro. Fuori continuano ma scongelati, grigi lucidi salati, la bocca aperta in un sorriso tenace, le pinne dritte di chi sta ancora nuotando nel mare. Gli uomini non si accorgono di niente. Guidano i veicoli carichi, sfrecciano tra i passaggi di polistirolo senza badare agli ostacoli. Non c’è piu’ mare, nel mare. Mentre sui banchi di legno il sangue cola tra le fessure, gocciola, riempie le vasche fino all’orlo.
L’adesso si allunga come un vecchio elastico e quel sangue gorgoglia di bolle. I tentacoli affiorano, fiori di ventose già anchilosati si tendono, agganciano i bordi. Sono i tako, gli anago, gli ika (1). Le conchiglie battono come mascelle, ritmano il flusso delle onde nei recipienti di polistirolo. Sono cappesante, patelle, ostriche, vongole.
Le scaglie ancora viscide si strofinano contro le schegge di ghiaccio, le branchie respirano aria, gli occhi appannati ritornano lucidi. Sono gli hamachi, gli hirame, i kanpachi, i saba, i tai, i suzuki (2).
Gonfi di veleno, i fugu (3) rotolano fino al molo e cadono in porto; per pochi istanti, prima di immergersi, galleggiano come escrementi.
Passato e futuro convergono nel presente. Adesso. E’ arrivato il momento. Il suolo è di pietra e sabbia, lava e cenere, impastato tra le radici di una vegetazione semitropicale. Sotto c’è un mostro, grande come l’isola, che si dibatte. C’è solo un punto in Giappone che rimane immobile; è il manico del ventaglio, la giuntura di quattro placche teutoniche. Il resto è sisma, tifone, tsunami, ciclone, eruzione, terremoto, incendio, inondazione, atomica. (…)
Note
(1) Polipo, anguilla di mare, calamaro.
(2) Pesce ambra, ippoglosso, codagialla giapponese, sgombro, dentice, branzino.
(3) Pesci palla









![[TRI]ANGOLI DI NEVE](http://i1.wp.com/www.dillinger.it/wp-content/uploads/LANA-S1.jpg?resize=275%2C183&w=260)
Di Cristo! Racconto pazzesco Orto!
Incredibile, sembra scritto per questa catastrofe, questo momento, questa tragedia.
Ecco la paura di sempre per quest’isola che teme ció che non può controllare. E ha ragione a temere, perchè se la natura si scatena non c’è niente da fare, l’uomo è formica.
Bellissimo, vorrei leggerlo per intero!
Ieri leggevo sul giornale questa storia dei soccorsi che partono alla ricerca di una cittadina colpita dallo tsunami. Non la trovano e tornano indietro. Poi i superstiti li guidano fino alla stessa distesa di fango che i soccorritori avevano già individuato. Incredibile, ma lì c’era una città, con case, negozi, parchi e mercati del pesce, come nel racconto di Orto.
@Ortensia: hai veramente una penna, grazie per lo stralcio di racconto!
ps. bellissima l’immagine del ventaglio…