Truffa democratica
marzo 2, 2009 in Politica da Alessandro Santini
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Democrazia: bene assoluto, valore universale o aggressivo totalitarismo? Massima espressione della libertà e dell’uguaglianza legittimata dai suoi principi eterni e diritti naturali o regime non diverso da altri, forma di oppressione più o meno mascherata, che per ora non conosce alternative?
E’ il dilemma che ci propone Massimo Fini nel suo libro “Sudditi”, il quale ci invita ad aprire gli occhi sulla realtà, ma soprattutto sulla coerenza del nostro “governo del popolo”.
La democrazia reale, liberale, rappresentativa non solo non rispetta i suoi roboanti principi, ma realizza cosa opposta a quella che si diceva voler fare: è una finzione, una parodia, una frode, una truffa.
Il consenso, il pluripartitismo, il potere della legge, il principio della rappresentanza sono termini che delineano la nostra forma di governo, ma non la definiscono, non la caratterizzano potendo esistere anche in altri regimi. Per l’autore, la democrazia è soprattutto un metodo, formato da una serie di procedure formali, è un contenitore, non propone valori, fini, salvo quantitativi e mercantili, è un sacco vuoto che viene riempito di volta in volta dai governanti.
L’uguaglianza e la libertà del voto, il controllo dei governati sui governanti, la trasparenza degli atti pubblici, la parità di diritti dei cittadini davanti alla legge sono solo fictio iuris, finzioni giuridiche: il potere passa dal popolo ai rappresentanti, poi ai partiti, infine agli apparati che, governati dal leader e dai dirigenti, prendono le decisioni di fondo, scelgono il candidato e, facendo blocco, decidono chi deve essere eletto.
Fini vede la democrazia come un sistema di minoranze organizzate che prevalgono sulla maggioranza dei cittadini singolarmente presi, di oligarchie politiche ed economiche, di “mafie” legali e criminali che vivono sulla politica con la straordinaria abilità di non avere nessuna qualità specifica, se non la parola con la quale adunano le loro truppe alle elezioni, consacrandosi come nella medioevale unzione del re e apparecchiando un falso ricambio delle classi dirigenti.
L’alternanza al potere è una delle tante finzioni soprattutto oggi dove, in una società senza più classi, l’indifferenziato ceto medio si divide tra destra e sinistra come fra Milan ed Inter: ma vinca Milan o Inter, Real o Chelsea, è sempre il pubblico a pagare lo spettacolo. L’ideale più importante del politico non è infatti la libertà o l’uguaglianza ma, molto più concretamente, l’interesse di classe e l’autoconservazione grazie a “fai da te” costituzionali, immunità e “violenze” non fisiche, ma legali.
Secondo Fini, è sbagliato dire che la democrazia è inefficiente o impotente: ha battuto il sistema sovietico e il nazismo tedesco. È corretto invece affermare che ha ingigantito le disuguaglianze economiche e sociali: Bill Gates è molto più ricco di qualsiasi nobile dell’Ancien Regime, un calciatore o un attore sono molto più lontani dal cittadino comune di quanto non lo fosse il feudatario rispetto al suo contadino; ha costruito un meccanismo che necessariamente premia i mediocri, a scanso del pericolo e delle dittature; è la causa della decadenza morale della società moderna.
“Siamo su un treno che va a ottocento all’ora, senza macchinista o comandi, tutti in preda a un inquieto malessere, chi seduto su comode poltrone, chi nei corridoi, chi nei cessi, mentre molti rotolano giù per la scarpata tra l’indifferenza generale, per cui ha senso trovare una più equa sistemazione”: è l’immagine “agghiacciante” fornita da Rubbia, premio Nobel per la fisica, ripresa dallo scrittore, per descrivere la situazione umiliante cui ha condotto la nostra forma di governo.
Nata nel solco del pensiero liberale, inteso a difendere diritti naturali dell’individuo, a valorizzarne capacità, meriti, potenzialità, il governo del popolo finisce per mortificare proprio il singolo, l’uomo libero che può scegliere fra Nike e Puma, ma che non può dimostrare i propri valori o la propria pochezza con l’opposizione, magari con la vita come nelle dittature, teocrazie, monarchie assolute, comunità feudali o tribali dove esistono ideali, buoni o cattivi, ma condivisi da gran parte della popolazione.
Siamo single senza essere individui, massificati senza far parte di una comunità e fingendo di credere al gioco magari prestiamo soldi ai ricchi perché diventino sempre più ricchi e quando le cose vanno male ci derubino dei nostri risparmi (caso Parmalat).
Viviamo in un epoca di grandi decisioni, ma nessuna dipende da noi, nemmeno da multinazionali o trust, semplici profittatori di giornata. Per tornare al treno, non possiamo fare altro che osservare la lucente locomotiva lanciata a tutta velocità verso un futuro orgiastico che arretra davanti a noi con la stessa inesorabilità dell’orizzonte a chi abbia la pretesa di raggiungerlo.
Vestiti uguali, con la stessa forma di governo, senza confini economici e senza patria, secondo l’autore è essenziale ritrovare un equilibrio fra Natura e Cultura, inteso non solo come più agricoltura e meno industria, ma come recupero, simbolico e non, di Energie vitali.
Tutto è indefinito, incerto, appiattito, omologato, quantificato compresa la nostra identità: ognuno può esprimere la propria idea purché non sia antidemocratica (si rischia, democraticamente, la galera), purché non si guardi il passato con gli occhi del presente, purché si esporti, anche con la guerra, il frutto più prezioso e prelibato della nostra cultura.
La democrazia infatti non conquista territori, ma anime, vuole convertire, vuole proporsi come il fine e la fine della Storia. Ma il suo destino coinciderà con quello dell’attuale modello di sviluppo, dell’economia, di cui ne è la sovrastruttura, la carta più o meno luccicante che ricopre la caramella avvelenata: il commercio, il libero mercato, che non ha nemici né a destra né a sinistra, è sfuggito di mano all’uomo, ragno prigioniero della tela che lui stesso a filato, variabile dipendente, ingranaggio di un meccanismo che si autoregola da solo e lo sostituisce come gli oggetti che produce, senza valore, dignità, onore, tempra, audacia, coraggio, speranza, fede.
Abbiamo visto sfilare nel tempo comunità tribali, Imperi mesopotamici, polis greca, Roma repubblicana e imperiale, monarchia assoluta e parlamentare: quando il treno democratico avrà percorso l’intero pianeta, invaso ogni spazio disponibile senza possibilità di espansione, cortocircuiterà da solo, si schianterà contro il suo futuro immaginario, crollerà su stesso; è una legge della fisica, un dato della sociologia politica e di tutti i sistemi totalizzanti.
Passati l’Homo Oeconomicus e l’ Homo Democraticus, lo scrittore sogna il ritorno di un tipo antico, fiero, audace, dignitoso, essenziale, silenzioso, essere pieno di fede, valori, serenità e speranza, insomma Vivo, che torni a decidere nel limite il proprio destino, non ubbidisca a chi disprezza, non si umili fino a pagare qualcuno perché lo comandi, lo assoggetti raccontandogli che questa è la sua Libertà.
Un libro forte, politically incorrect, controcorrente, con concetti interessanti e in parte condivisibili, sicuramente da leggere, che ti segna, che ti abbaglia come il sole a mezzogiorno e che sembra ridarti la vista all’improvviso, insegnandoti ad analizzare la storia e la realtà con occhi diversi.
Alessandro Santini
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Andrò a comprare questo libro che non che non conosco. Non sono d’ccordo con qualche passaggio ma non so se sono i pensieri di fini o tue rielaborazioni. ha un andamento un pò fumoso non so.
il tema è comunque di indubbio interesse e stimolo.
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