Tutta colpa di Bertolaso?

febbraio 16, 2010 in Dossier Palude Italia, LSDP, Politica da Lo Spazio della Politica

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bertolasoEsiste la verità storica ed esiste la verità processuale. Dobbiamo a Francesco Cossiga alcune delle illuminazioni migliori nel commento della politica italiana, ad esempio questa sua recente rammemorazione dell’adagio del grande giurista sardo Salvatore Satta. La verità processuale non appartiene all’analista politico. Quella storica sì, ed è di questa che ci occuperemo in questo articolo di commento alle risposte date da Bertolaso alle fatidiche dieci domande di Eugenio Scalfari.

Intanto, diamo atto a Repubblica di essere tornata ad occuparsi seriamente di giornalismo e della vita pubblica italiana, dopo la triste tragicommedia estiva al seguito delle gesta di Noemi e Patrizia D’Addario. Poi veniamo a Bertolaso. Sarò netto. Nelle risposte del capo della Protezione Civile c’è più pensiero politico e verità storica sull’Italia di oggi e di domani che in tutte le analisi ed in tutta la saggistica in circolazione da molti anni a questa parte. Una capacità di pensiero che, fatto importante, proviene da un attore delle vicende italiane di questi anni, non da un osservatore o da un “pens-attore” à la Tremonti. Una riflessione che va ascoltata e meditata, per evitare la tentazione di fare di Bertolaso il capro espiatorio di quanto sta avvenendo in questi giorni, evitando in questo modo di guardare in faccia ai problemi del nostro sistema istituzionale. Due sono i punti angolari del ragionamento di Bertolaso. In primo luogo il fattore-tempo, rivendicato come vera fonte di legittimazione politica della Super-Protezione Civile da lui costruita in questi anni:

“Mi sono accorto del contrario e resto convinto delle ragioni che hanno portato il Governo Berlusconi prima, il Governo Prodi poi, ed infine l’attuale Governo Berlusconi a confermare al Dipartimento la gestione dei Grandi Eventi. La ragione: quella della Protezione civile è l’unica normativa che considera, in linea con le normative comunitarie relativamente alla accelerazione delle procedure, la variabile “tempo” come reale e cogente”. “Quando ci sono scadenze, quando bisogna concludere qualcosa entro una data non procrastinabile, anche in relazione ad esigenze di sicurezza e di tutela degli interessi primari della collettività, l’unico strumento che funziona è la normativa citata. Ripeto: normativa, non anarchia o autorizzazione ad esercitare la pirateria a nome dello Stato, normativa per di più comprensiva di controlli e autorità di vigilanza, mai abrogate”.

Quello del tempo non è un argomento capzioso o marginale. Nessuno degli attori politici italiani ha mai formulato in questi anni un ragionamento politico in chiave temporale. Il racconto televisivo della politica, ad eccezione di Blob, è ormai letteralmente “fuori dal tempo”, con gli stessi protagonisti imbalsamati che i servizi dei TG continuano a riproporci senza soluzione di continuità nei loro “panini”, o con i duelli da talk show ridotti a eterna ripetizione del medesimo. C’è solo il tempo elettorale, con le sue scadenze ed i suoi riti anch’essi sempre uguali. Il tempo della progettazione (che invece informava di sè se non la prassi almeno la retorica dei grandi leader politici della Prima Repubblica, come ricordato da Carlo Galli nell’intervista da noi curata su Limes 2/2009) non c’è, scomparso. Tuttalpiù ce l’ha qualche decisore tipo Scaroni, vista la lunghezza temporale dei contratti del gas. Bertolaso sembra dirci “al tempo non ci ha pensato più nessuno, l’ho fatto io”. Ma il dito va puntato sulle responsabilità e sull’incapacità strategica dei “senza tempo”, più che contro il suo decisionismo.

L’altro nucleo del pensiero bertolasiano è invece di carattere “costituzionale”. Lo sguardo di Bertolaso vede e vive le trasformazioni della forma-Stato come nessun altro attore della Seconda Repubblica. C’è una sorta di empatia nelle parole del capo della Protezione Civile per la macchina statale che non funziona, unita ad una capacità di interrogare i processi storici in corso:

“A mio avviso c’era e c’è da domandarsi come mai continuano ad aumentare le richieste di dichiarare situazioni di ogni tipo particolari e diverse dalle altre, che siano grandi eventi, emergenze, o altre fattispecie. A me pare che ciò costituisca un segnale, inquietante, dell’aumento della difficoltà delle Amministrazioni a gestire in ordinario il territorio affrontando situazioni complesse. Nessuno, né in Parlamento né fuori, ha finora dato cenno di condividere la necessità di una revisione e di un ammodernamento della normativa, per poter consentire alle Amministrazioni di affrontare efficacemente in via ordinaria le problematiche del governo del loro territorio”.

Di fronte a questa analisi lucida e spietata non basta come risposta critica l’esultanza per lo stralcio della norma sulla Protezione Civile Spa. Ne, tantomeno, aggrapparsi ai non detti delle intercettazioni ed alle malizie pruriginose sulle avventure sessuali di “B2″. I poteri acquistati da Bertolaso in questi anni sono stati certo eccessivi rispetto al corretto funzionamento di un ordinamento democratico ed al suo sistema di checks and balances. Però le critiche del progetto di Super-Protezione Civile mancano il segno se fondate sul richiamo ad un modello di funzionamento dell’Italia astratto ed ideale, magari da opporre alle tentazioni autoritarie dell’accoppiata B&B. Qui le risposte à la Scalfari non servono più. C’è bisogno di un’ottica diversa, che veda allargare il cerchio delle colpe e delle responsabilità. Perchè il disegno della realtà è più complesso, e soprattutto il ritorno alla normalità – il ridimensionamento della Super-Protezione Civile – non è il ritorno ad una condizione felice e senza problemi.

Ad esempio, il Parlamento non è stato esautorato dalle sue funzioni solo per la malvagità di Bertolaso e della sua “macchina diabolica”. L’Italia bloccata in cui le grandi opere infrastrutturali non si fanno mai o si fanno letteralmente fuori tempo massimo (o vengono rimosse, vedi alla voce “autostrade del mare”) è una realtà. Di chi è la colpa? A chi va imputata questa responsabilità? Davvero basta prendersela con Bertolaso per risolvere tutto? Abbiamo sostituito il tanto vituperato centralismo romano della Prima Repubblica con lo spezzettamento federalistico fatto di nuovi venti centralismi egoistici, di classi dirigenti locali smaniose di protagonismo, in una via italiana al federalismo su cui pochi hanno riflettuto, preferendo le favolette sul federalismo fiscale salvatore dell’avvenire. C’è un’Italia delle autonomie locali che non sembra più depositaria del civismo rigeneratore di cui parlava Marc Lazar nella nostra conversazione, bensì reagisce con ostilità ad ogni logica di progettazione nazionale. Di chi è la colpa anche qui?

Ancora, è vero, può sembrare innaturale che il capo della Protezione Civile possa essere chiamato in veste di commissario straordinario alla guida dei lavori per Expo 2015 (un fatto che con ogni probabilità sarebbe accaduto senza lo scandalo di questi giorni). Ma lo sguardo deve cadere anche su cosa c’è prima. Una città, Milano, che abbellisce il progetto con la retorica delle migliori occasioni, che si pretende autonoma nei suoi disegni strategici dallo Stato centrale e poi dopo due anni si ritrova ferma al palo. E’ solo colpa di Bertolaso?

Proseguiamo con gli esempi. Chi oggi piange sul Parlamento esautorato e deprivato dall’esterno della sua funzione sovrana farebbe bene ad interrogarsi su un fatto di cui pochi hanno parlato, emblematico dell’afasia istituzionale italiana. Da mesi due senatori, Lolli (PD) e Butti (PDL), hanno presentato un disegno di legge per il riammodernamento degli stadi italiani esistenti e per la costruzione di nuove strutture. Una legge sacrosanta, che finalmente riconosce nel calcio un elemento importante del nostro sistema produttivo, e che prova ad agire di conseguenza. La legge aveva una sua destinazione temporale, la scadenza della presentazione della domanda per l’assegnazione degli Europei del 2016 (che cadeva ieri), al quale l’Italia si è candidata pur avendo un’oggettiva carenza nei propri impianti sportivi rispetto alle altre contendenti. Se ne è parlato per mesi, tutti apparentemente d’accordo e giù elogi per il carattere bipartisan della proposta legislativa. Poi uno legge le cronache su Google News e trova un Lolli amareggiato perché il provvedimento è rimasto impantanato alla Camera, nemmeno calendarizzato nei lavori parlamentari. Di nuovo, di chi è la colpa? Di chi sono le responsabilità?

Riprendiamo il filo del nostro ragionamento. Il titolo provocatorio di questa riflessione conduce ad un punto. Certo, i timori sul troppo potere della Protezione Civile sono fondati, tanto che la loro provenienza è bipartisan. Chi ha a cuore lo stato della nostra democrazia però deve passare attraverso i ragionamenti di Bertolaso sull’afasia italiana, attraverso la loro consistenza reale e fattuale, attraverso l’esigenza di riforma che essi manifestano, e mostrare un’alternativa credibile, una exit strategy dall’impasse di cui sopra. E mostrare quest’alternativa è compito della politica, solo della politica, nient’altro che della politica. Altrimenti lamentarsi non ha senso. Altrimenti, davvero, meglio la “dittatura emergenziale” di Bertolaso all’incapacità ed all’irresponsabilità di chi da quindici anni parla a vanvera di riforme condivise e di legislature costituenti.

Poscritto – Per finire, un’altra breve considerazione, che ci proietta verso il futuro e verso il progetto su cui stiamo lavorando da mesi, vale a dire gli orizzonti di senso dell’Italy after B. Le risposte di Bertolaso contengono infatti un’indicazione in tal senso. Il passaggio finale della sua risposta a Scalfari contiene un affondo verso il centrosinistra che non mancherà di suscitare polemiche. Quello di Bertolaso è un monito pesante. L’Italia after B sarà un incubo per il centrosinistra italiano, perché la funzione aggregante del Nemico lascerà il posto al caos ed alla arcinota conflittualità interna. Ora, anche qui le risposte critiche del centrosinistra verteranno su altro, c’è da giurarci. Ed eviteranno di guardare in faccia alla realtà. Non è infatti questa la forma in cui si i leader del PD stanno pensando la cosiddetta “alternativa”? La logica è ancora quella del mettere insieme tutti ,da Casini a Di Pietro, dietro al minimo comun denominatore dell’avversione per B e la Lega (che ormai stanno diventando un corpo unico) e non ad una lettura più o meno comune dell’Italia di domani (basti pensare alla distanza di posizioni su nucleare e privatizzazione dell’acqua tra l’UDC e il PD). E’ una strategia per il momento priva di futuro, e che sembra confermare la tesi bertolasiana che gli orfani principali di B saranno proprio i suoi avversari. Togli il nemico, togli l’identità del suo avversario. Elementare Watson. Anche se magari chissà, l’avversario sarà proprio lui, “B2″. (Moris Gasparri/LSDP)

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