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Tutti pronti per il nuovo EP dei Finister

di - 14 luglio 2012

di Giovanni Coletta

Se a qualcuno dovesse capitare di ascoltare un brano dei Finister, e successivamente dovesse capitargli anche di andare a sentirli live, avrebbe difficoltà a credere che in realtà si tratta delle stesse persone.   

I Finister sono giovani, giovanissimi. E sono maledettamente bravi, ognuno nel proprio strumento. Il più piccolo ha 16 anni, ma sulla gilmouriana Stratocaster che imbraccia ne dimostra parecchi di più; il più vecchio di anni ne ha 20, suona il basso e canta come prima voce. Fra i due troviamo il tastierista e il batterista, rispettivamente di uno e due anni più giovani del bassista.

Ma chi sono? Il gruppo nasce a Firenze nel maggio del 2010, con il debutto del primo EP “Experiences”. Orientato  al sound di un classic rock anni 70, il primo lavoro si accompagna ai primi 10 live, che nell’estate portano i Finister a raggiungere le prime soddisfazioni, con la vittoria del Solarium Contest e del Voltapagina Rock Contest. L’ottobre successivo vede l’uscita del primo singolo, “Just Go Ahead”, brano che combina l’hard rock con un’impronta più marcatamente progressive, a cui segue, nel Gennaio 2011, “Cotton (Pieces Into My Ears)”, malinconica ballata che mostra l’inedito aspetto introspettivo e intimo della band. E’ “Cotton”, probabilmente, una delle migliori produzioni della vecchia formazione, che proprio per i toni profondi e riflessivi segna una netta cesura all’interno della galassia Finister. Si apre così un secondo blocco di ben 20 concerti, che porterà la band a suonare sui palchi più importanti del capoluogo toscano e non solo, fra i quali il Viper Theatre, il Saschall e il Keller Platz, fino ad entrare nella finale dell’Emergenza Festival.

Quindi, una pausa. Il gruppo torna in studio e registra “Absinthic Vision”, in collaborazione con Gianmarco Colzi, ex batterista dei Litfiba e di Irene Grandi nonché proprietario della sala prove e di registrazione Musikalmente, e di Andrea Guidotti al sax. Il nuovo brano rappresenta una svolta per il sound della band:  nella lunga composizione troviamo un ampio uso di effetti e varie parti distorte, aggressive e decise. E’, in realtà, l’esplosione dello spirito progressive che anima il gruppo, arricchito di sax e di variopinti tappeti di tastiere, che permetterà nientemeno che la partecipazione all’edizione 2011 del Rock Contest di Controradio, assieme ad altri 35 gruppi selezionati in tutta Italia. Il gruppo c’è, si sente, ingrana, e ottiene apprezzamenti dalla critica locale, che prima sul quotidiano online “TeLaDoIoFirenze” e poi su “La Repubblica”, elogia le capacità fuori del comune dei Finister, soprattutto in relazione alla giovane età.

Ma proprio mentre la band è sulla cresta dell’onda, alcune discussioni interne ne minano la base. Nel settembre 2011, infatti, i 5 giovani musicisti soffrono di divisioni interne: difficoltà di comprensione e incompatibilità musicali, portano il gruppo sull’orlo dello scioglimento definitivo. Ma come la Fenice rinasce dalle proprie ceneri, Elia, chitarrista e voce della band, ultimo sopravvissuto della prima formazione, capisce che sarebbe un peccato buttare via tutta l’esperienza dei Finister per diatribe personali, e decide di andare avanti.

Assieme all’amico Lorenzo Burgio, che nel frattempo aveva sostituito il precedente batterista, il giovane chitarrista non si perda d’animo, cerca nuovi elementi da cui ripartire e dopo varie audizioni assolda Leonardo Brambilla e il poliedrico Orlando Cialli. La nuova formazione, annunciata agli inizi del 2012 non perde tempo e in men che non si dica si esibisce in 10 concerti.

Se è vero che i cambiamenti di formazione possono finire per annacquare l’identità di un gruppo, per snaturarne il progetto e dunque per far perdere lo spirito originario, si direbbe che questo non è proprio il caso dei nostri. Si è trattata, a dire la verità, di un’evoluzione: il sound sviluppato con i “vecchi Finister” è ora più marcato, più definito, più maturo. Sulla nuova formazione piovono, infatti, apprezzamenti da più parti, fra cui si ricorda l’ottima impressione di Radio-Utopia Bologna dopo il live al Viper Theatre dello scorso 5 maggio. Senza ombra di dubbio, la migliore performance della serie di live della scorsa primavera è quella registrata il 6 maggio presso l’Auditorium Flog, il tempio del rock fiorentino, in cui si sono esibiti in occasione del “Rock for Africa”, concerto benefico organizzato da Akropolis e Unicef per i bambini eritrei.

E così arriviamo ai giorni nostri. Durante il mese di Luglio, i Finister si sono chiusi in sala registrazione, ancora una volta alla Musikalmente sotto le direttive di Gianmarco Colzi, per il nuovo EP Nothing is real, in uscita a settembre.

Ascoltando (in anteprima) i nuovi brani si notano in primo luogo una maggiore raffinatezza e elaborazione fin da subito, che contribuiscono a segnare uno spartiacque con i Finister prima conosciuti; in secondo luogo si osserva il ricorso a strutture dei testi più “commerciali”, se così impropriamente vogliamo definirle, (strofa, ritornello, ponte), che coprono le lunghe parti strumentali delle precedenti produzioni. Una scelta per niente biasimabile, che anzi, rendendo accessibili le canzoni a un pubblico più ampio, permetterà al gruppo di arrivare più facilmente al cuore di vecchi e nuovi fan, senza per questo perdere il caratteristico stile.

Fra i nuovi lavori, spicca senza dubbio “Simon Says”, brano ironico che denuncia il rapporto fra individui e web. Un osservatore lontano e distaccato racconta a suon di non-sense la sottile linea fra l’illusione e la falsità di coloro che usano in modo improprio Internet. Il cervellone elettronico, chiamato Simone, controlla l’individuo, gli sussurra cosa fare e cosa non fare, certo che il suo interlocutore si adeguerà a qualsiasi ordine gli giunga dall’esterno.  Il protagonista è convinto che sia tutto un gioco, ma in realtà non si rende conto del pericolo che corre, del rischio che tutto possa sfuggirgli dalle mani da un momento all’altro. Il ritornello, un semplice ma significativo urlo, esprime efficacemente la condizione di prigionia mentale descritta nel testo.

Isolation” è il brano più rappresentativo del nuovo EP, nonché quello più filosoficamente impegnato. «E’ una riflessione sull’alienazione come riscoperta del proprio Ego», spiega Elia. Il protagonista non è più capace di percorrere il ponte fra il mondo interiore e il mondo reale, che appare insano ai suoi occhi. Tale incapacità lo isola dalla realtà e lo fa precipitare nella dimensione del suo Io più profondo, dove può fluttuare fra i suoi sogni più reconditi; è come proiettato in una realtà parallela, in cui non ha scrupoli a osare l’inosabile e cullarsi fra dolci illusioni. E’ proprio in questa inconsistenza che il protagonista non percepisce altri limiti che quelli definiti dal proprio Ego, ed è in questo mondo sconfinato che sente di non avere più bisogno di un Dio. La summa, lapidaria e impietosa, è racchiusa esattamente nel verso iniziale: niente è reale.

Di tutt’altro tenore, invece, “My dreams are away from here”, dura denuncia alla società moderna. Si parla di una lontana speranza, che il protagonista vede a sprazzi: egli non sa campare che di arte, e lo scenario in cui è inserito descrive un mondo variegato, policromatico, in cui non mancano né l’arte né una gioventù attiva e talentuosa, ma che non è minimamente interessato alla novità. E così, si vive di canoni prescritti, di una vita abitudinaria in cui la quotidiana routine è legge, di un’apatia dilagante, di norme comportamentali imposti, di gesti e azioni che ormai hanno perso ogni significato. Il personaggio osserva attonito e sempre più irritato una realtà statica a narcotizzata, prendendosela con i concittadini che non si rendono conto di vivere di regole imposte. Li invita a migrare verso mondi migliori e mentalità più aperte, urlando un “Go out!” di pinkfloydiana memoria, che non lascia interpretazioni di sorta. Ciò che rimane (volutamente) oscuro è se questa meta esiste e se, in tal caso, sarà effettivamente raggiunta. E’, generalmente, il brano che combina le diverse sfaccettature del nuovo sound dei Finister, in cui tutti gli strumenti danno il meglio di sé e che probabilmente, proprio per la peculiarità di mettere insieme più generi (pur producendo un brano organico e coerente, sia chiaro), è considerato il migliore del nuovo EP dai Finister.

Con “Provocation” si richiama alla “Cotton” dei primi tempi. Calma e penetrante, la canzone si presenta come una malinconica ballata che narra di una storia d’amore interrotta da un’imperdonabile menzogna. La prima strofa ripercorre la fase primordiale dell’innamoramento, quando un’iniziale repulsione si trasforma in stima, e successivamente, nel ritornello, in amore vero e proprio. La provocazione è l’arma che, insieme alla dolcezza, seduce e ammalia. Ma guai a tradire il cuore. Nella seconda parte della canzone, infatti, l’amante viene a conoscenza di una non meglio precisata menzogna, portata avanti senza ritegno fin dall’inizio della relazione e si sente per questo raggirato. Tradimento, illusione, rabbia. Il protagonista cerca di razionalizzare la delusione ripercorrendo i momenti migliori del rapporto, quando tutto andava per il meglio e sembra quasi che veda passarsi davanti le immagini dei momenti felici. L’assolo finale, rabbioso e struggente, è la metafora dell’urlo straziante che tanto dolore provoca.

La nuova formazione, come già detto, spacca. Chi vi scrive conosce i Finister dai tempi di “Cotton”, e ha avuto modo di ascoltare live più volte sia i vecchi che i nuovi Finister. Dei “vecchi” probabilmente è rimasto solo il nome: i progressi e l’evoluzione nella sensibilità e nell’elaborazione artistica non hanno pari, così come la coesione e la sintonia, elementi fondamentali. E questo grazie anche agli ottimi nuovi acquisti: il livello tecnico di Leonardo Brambilla al basso e la poliedricità e il genio di Orlando Cialli (polistrumentista) alle tastiere e al sax risultano decisivi per integrare ciò che era stato iniziato dai componenti della formazione originaria. Si sottolineano anche i progressi di Lorenzo Burgio alla batteria, ormai capace di tutto nei live, e soprattutto di Elia Rinaldi, che in barba alla giovanissima età dà prova di incredibili magie sulla sua Stratocaster. Su quelle corde si libra, firma assoli che non lasciano niente al dubbio e che hanno questa straordinaria abilità di far emozionare anche un pubblico digiuno di un sano prog-rock.

Ma tante parole e tanti elogi non serviranno a niente se non andrete ad ascoltarli live. E allora mi darete ragione, quando vi rifiuterete di credere ai vostri occhi. 

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