Un autunno con il mio amico Alberto

di - 29 novembre 2009

albertoVestita con un pigiama verde, Betti, 14 anni, abbraccia un lampione in un parco alla periferia della città. Un gruppetto di ragazzi più grandi, poco lontano, sta decidendo cosa fare di lei. Betti mi racconta che è scappata di casa una settimana fa dopo una lite violenta con la madre. Oggi poi ha deciso che non avrebbe più dormito da sola dietro alla stazione, dove negli ultimi giorni si è presa gli insulti dei senzatetto anziani.

Anche i ragazzi del parco sono scappati di casa. Ma, a differenza loro, su Betti pende una denuncia per scomparsa. Forse sua madre si è pentita e ora la cerca.

Questo a Betti non interessa affatto.

Significa però che se i ragazzi acconsentissero a farla sostare nel loro accampamento per la notte, rischierebbero l’arresto per aver dato rifugio ad una fuggitiva.

Betti guarda il ragazzo con i capelli rossi, la bottiglia verde di birra che gli si agita in mano, lo strano contrasto che fa con la chioma. Dice che forse almeno per oggi la prenderebbe, domani si vede. Quello coi capelli tagliati male dice che non si può decidere in anticipo quanto farla stare. Per lui può rimanere anche un mese, basta magari che si fa vedere solo la sera per andare a dormire e, quando fa giorno, si leva di torno. Il piccoletto con la testa rasata e la sigaretta storta sulla punta delle labbra punta i piedi e dice no. Lui li conosce bene i poliziotti, sa che possono venire in ogni momento. Soprattutto uno.

Intanto Betti continua ad attendere. Ci sono le foglie per terra, sul pavimento d’asfalto del parco. E’ il tappeto dell’autunno inoltrato. Sul cielo tagliato al di sopra di lei compaiono le prime macchie di viola. Sono il manto del giorno inoltrato. Il piccoletto intanto, con uno schiocco maldestro delle dita, ha fatto volare la cicca sul volto del ragazzo dai capelli rossi. La bottiglia verde del ragazzo coi capelli rossi si libra in aria. Poi ricade, liberando una certa dose di forza centrifuga. I ragazzi corrono agli angoli opposti del piazzale. La bottiglia si rompe.  Betti si allontana senza farsi sentire. Inizia a camminare forte, poi a correre piano, poi a correre all’impazzata. Non vuole neanche sapere se i ragazzi laggiù si picchiano, se si picchiano per lei, se si picchiano di solito o è un’eccezione, e lei solo un pretesto. Ciò che è certo, in ogni caso, è che ancora una volta la responsabile è sua madre. I ragazzi del parco non hanno la minima idea di cosa possa significare avere ancora una madre al giorno d’oggi, né sapere quello che comporta. Non solo viverci insieme e averci sempre a che fare, ma sentire la sua presenza anche a distanza, come un canto di sirena. Come la sirena di un’auto della polizia che potrebbe sorprenderti in qualsiasi momento. Per aver detto così, il piccoletto con la testa rasata doveva avere anche lui una madre, o dei genitori da ricordare. Ma tutto è alle spalle ora e finché correrà, Betti avrà pochi pensieri.

Corre fino a farsi venire un fiatone che si deve fermare. Si piega fino a toccare il naso con le ginocchia. Mi vede al contrario, credo, mentre io le vedo il naso che cola.

C’è una casetta in fondo alla radura, le dico. E’ la casa del mio amico Alberto. Non penso avrà problemi ad ospitarti. Solo che dobbiamo aspettare un po’ che si alzi. A quest’ora è ancora presto per lui. Betti ha ragione a farmi notare che sono già le cinque di pomeriggio, ma io so a che ora si sveglia di solito il mio amico Alberto, e a quest’ora penso che lui dorma. O faccia colazione.

Lo troviamo infatti appollaiato in veranda con una ciotola di cornflakes in mano.

La casa è piena di cartoni per terra e sulle pareti. Molti di essi sono disegnati a mano e, nel buio antielettrico della casupola, sembrano pitture rupestri, per quanto di recente fattura. Qui conduco Betti, quattordicenne scappata di casa e smarrita.

Alberto non dice niente, continua a mangiare e, quando finisce, entra anche lui dentro casa. Ti puoi mettere dove vuoi, le dice, indicando un angolo in fondo alla stanza libero da cartoni, con qualche cuscino spiumato gettato a terra. Poi riabbassa subito lo sguardo e si mette ai pennelli e non mi saluta nemmeno mentre mi allontano.

L’ultima immagine che fisso nella memoria prima di volgere definitivamente le spalle alla casa è Betti cavalcioni sulla finestra che fa ciao agitando una sigaretta tra le dita e forse, nella confusione adolescenziale di mani e maniche, si brucia la maglietta del pigiama. Ha uno sguardo segretamente più disteso ma questo, a sole spento, lo vedo solo io.

A guardare così a volte temo di perderci la vista. O la vita.

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  1. Davvero interessante questo racconto, lascia presagire che ci sia un seguito, o forse no?
    La protagonista è misteriosa e criptica, non si sa da dove arriva e non si sa dove arriverà.
    Mi ha davvero incuriosito, complimenti incostanza e benvenuta su Dillinger.it!

  2. diego mongardini ( 29 novembre 2009 alle 23:13)

    Complimenti davvero…scrivi proprio bene…chissà se in ognuno di noi c’è un adolescente fuggitivo e se soprattutto ci sia qualcuno disposto ad ospitarlo…si fugge sempre, prima o poi…

  3. grazie! ovviamente c’è il seguito. anzi, prossimamente un seguito.

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