Un picnic con il morto (racconto giallo)

di - 2 agosto 2009

picnicSabato, finalmente. Poco prima di mezzogiorno, attraversato rapidamente il cortile polveroso si ritrovarono fuori dal grande cancello di ferro della scuola, sulla strada. Zaino in spalla, fradici di sudore, in quella tarda mattinata assolata e inclemente di metà giugno, in uno degli ultimi giorni di scuola, Orazio e Nello tergiversarono un poco prima di imboccare ciascuno la strada di casa propria. Fu il brontolio dello stomaco dell’uno e quello dell’altro che li fece decidere a incamminarsi. Si avviarono, delusi per l’imminente distacco, con quella indolenza tutta loro; Nello, dinoccolato, impegnato a inseguire e riempire di calci un barattolo di latta, Orazio appresso a lui, come al solito, con quella sua aria sognante e furbetta di divoratore di fumetti, perso dietro a chissà quale profonda riflessione. E così, in fondo alla via e sempre a distanza, ognuno concentrato nel proprio personale esercizio, tentarono un saluto. Con un cenno frettoloso del capo si intesero sull’accordo già preso in classe di vedersi nel pomeriggio per dar la caccia ai verdoni e alle lucertole, giù al fiume.

Contro le loro aspettative ci trovarono ancora dell’acqua, giù al fiume. Di ciò, oltre che sorprendersi, parvero contentarsi perché soprattutto nei mesi estivi quel corso d’acqua, anche nelle altre stagioni dell’anno sempre molto modesto quanto a portata, era infatti poco più che un ruscello, dopo un inverno avaro di piogge come quello trascorso era quasi sempre asciutto. Conclusero la discesa ridacchiando e lanciandosi a vicenda piccoli sassi e pigne rinsecchite raccolte di passaggio nella foresta di vecchi pini che si adagiava su quel lato della montagna. Quel dopo pranzo, peraltro prometteva bene; anche a uno dallo sguardo distratto la cacciagione sarebbe apparsa a portata di mano e un refolo d’arietta fresca insisteva piacevolmente, attenuando gli effetti della canicola. Raggiunto il piccolo sentiero pietroso che porta alla cascata bastò loro percorrerne una cinquantina di metri e aggirare lo spiazzo ombroso dove stormivano le fronde di un gruppetto di vecchie querce per arrivare a due passi dal fiumiciattolo. Svoltarono poi verso la pozza formata dalla cascatella convinti di trovarla limpida come di consueto, ma ci rimasero un po’ male a constatare che l’acqua era invece leggermente torbida. Fu proprio mentre si chiedevano a che cosa fossero dovute quelle chiazze e quelle striature brune che si diramavano nell’acqua che videro ciò che mai avrebbero voluto vedere e che mai si sarebbero aspettati. Nascosto tra le felci, riverso su uno strato di fanghiglia leggera, il corpo di Gaetano, il panettiere conosciuto da tutti in paese per le sue mirabolanti trovate e i suoi scherzi da prete, a volte decisamente pesanti. Aveva un punteruolo arrugginito conficcato nella schiena e la camicia gialla era rigida come cartone per il sangue rinsecchito. Orazio ebbe un momento di debolezza; si ritrovò il cavallo dei pantaloni completamente bagnato e i calzini inzuppati di liquido caldo. A Nello passò per la testa che quella poteva essere la ricompensa che qualcuno aveva riservato a Gaetano per via di qualche suo scherzaccio poco gradito. Ci fu appena un istante di indecisione e di smarrimento avvertito da entrambi.

- Sssss… subito in paese ad avvisare – sibilò Nello, che tra i due era quello che aveva più senso pratico. Detto e fatto; si mossero subito e fecero la risalita a salti arrampicandosi anche con le unghie. Come razzi. Quando sbagliavano la traiettoria la correggevano subito; ritrovata la direzione, cadevano e si rialzavano per poi riprendere la corsa più veloci di prima. Udirono voci e risa sull’altro versante, voci e risa di persone che scendevano al fiume. C’era anche Tony, compagno di bevute di Gaetano, che trasportava una enorme borsa frigo, ma per loro tale e tanta era la fifa che non pensarono di fermarsi o di mettere quella gente sull’avviso, almeno. Dopo appena una ventina di minuti furono in vista delle prime case dell’abitato. I pochi che si trovavano per strada a quell’ora videro passarsi davanti due schegge dalle sembianze umane. Erano talmente veloci che nessuno li riconobbe; solamente la gente si voltava perplessa e li guardava correre disperatamente, fino a vederli sparire.

I due amici corsero dritti in caserma senza neppure sognarsi di fare soste. Vi arrivarono trafelati e batterono alla porta con impazienza fino a che questa non venne aperta dal militare di guardia.

- Allora, che c’è? – biascicò quello con apparente disinteresse.

- Uuuuuu… un morto, giù al fiume! – quasi urlò Orazio, nel rispondere alla domanda.

- Un morto? – il carabiniere si fece più attento.

- Un morto! – fece eco quello spilungone di Nello con importanza e anche un filino di soddisfazione; con quel tono di voce il ragazzo tentava di nascondere almeno in parte quella feroce agitazione interna che si era impadronita di lui ma il carabiniere non se ne accorse. Ne vennero fuori altri due, di carabinieri; ascoltarono attentamente poi uno di loro, quello graduato, prese le chiavi dell’auto. Montarono, viaggiarono in silenzio e arrivarono in prossimità del luogo in pochi minuti. Percorsero il sentierino verso il fiume senza parlare. Un chiacchiericcio interrotto da scoppi di risa arrivò dabbasso a smorzare la tensione che si era insinuata all’interno del gruppetto; i militari manifestavano ora curiosità piuttosto che preoccupazione e si scambiarono uno sguardo interrogativo. Il più grosso dei tre volse verso di loro uno sguardo truce e carico di ironia. I ragazzini arrossirono come peperoni. Quando arrivarono giù il banchetto era in pieno svolgimento. Il tintinnio di un brindisi e applausi per larmaneisecolifedele li accolsero, poi una risata fragorosa al raccontar delle circostanze. I gitanti manifestarono molta simpatia anche per i ragazzini, ovvio. Arrivò il caffè e altre chiacchiere per quel che rimaneva del pomeriggio. Gaetano la sua camicia sporca di vernice e il suo armamentario da guitto li aveva gettati in un angolo. Quei due cominciarono presto ad annoiarsi. Con un parlottio lungo e fitto fitto cercarono qualche scusa per andarsene ma non ne trovarono neanche una. Gli toccò rimanere laggiù fino all’imbrunire, i loro cartoni preferiti in tivù, a quell’ora, erano già passati…

Giovanni Graziano Manca

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