Una giornata particolare. Evadere le prigioni dell’anima ai tempi del fascismo

di - 10 gennaio 2011

In alcuni casi non occorre raccontare la ferocia dei soprusi o dei crimini di guerra per descrivere cosa significhi vivere sotto dittatura.

Soffermarsi anche sulle piccole distorsioni quotidiane dell’esistenza, che ne rappresentano il prodotto, può aiutare a svelarne il senso più profondo.

E’ forse quest’ultima lente scelta dal regista Ettore Scola che rende “Una giornata particolare” un film profondo e dal messaggio chiaro e per nulla retorico.

Il fascismo non fa semplicemente da sfondo storico ma viene rappresentato nella quotidianità delle esistenze defraudate e avvilite dei due protagonisti a tal punto da poterne dedurre una generica denuncia rivolta a tutti quei sistemi di idee e di potere che limitano l’espressione intellettuale e sessuale degli individui.

Scritto dal regista in collaborazione con Ruggero Maccari e Maurizio Costanzo, il film non esplora  solamente il piano psicologico ed esistenziale della vita dei personaggi ma tocca anche questioni politiche come la natura del fascismo e la sua visione sessista mettendole in relazione con i  temi ancora attuali dei diritti delle donne e degli omosessuali.

La storia si svolge durante una giornata speciale sia per il popolo italiano che per i due protagonisti: il 6 maggio 1938, giorno della visita romana di Hitler a Mussolini.

Lontano dal clamore delle folle impazzite, in un condominio rimasto vuoto in occasione del comizio straordinario dei due dittatori, due anime sole s’incontrano.

Seppur di diversa natura, il disagio dei due protagonisti ha una comune radice: la mentalità sessista e ottusa del regime fascista che toglie loro ogni possibilità d’espressione e realizzazione personale.

Antonietta (Sophia Loren) è una donna del popolo, ignorante ma non per questo insensibile e ottusa. Chiusa dentro casa a seguire le faccende domestiche Antonietta considera la sua una condizione ineluttabile, una missione dovuta al regime e alla propria famiglia.

Al contrario di lei, lontano dall’accettare la sua condizione di emarginato, Gabriele (Marcello Mastroianni) è un uomo sull’orlo dell’estremo atto di ribellione che solo l’incontro accidentale con l’inquilina del piano di sotto riuscirà ad evitare.

Immersi in un’atmosfera surreale (il condominio vuoto e la radiocronaca del comizio di Mussolini e Hitler che riempie l’etere durante tutta la giornata) i due partono alla scoperta l’una dell’altro ma in fin dei conto di loro stessi fino alla definitiva rottura con il loro passato: quello di moglie votata a servire il proprio marito, lei, quello da cittadino libero, lui.

Se Antonietta si emanciperà intellettualmente con possibilità o meno di riscatto per Gabriele il destino vorrà una reale prigionia in un confino al sud.

A ricordo di questa giornata straordinaria tra le mani di Antonietta resterà un libro regalatele da Gabriele, simbolo culturale di riscatto.

Una giornata particolare, uscito nelle sale nel 1977, è un’amara riflessione sulle libertà personali negate e sulle discriminazioni sessuali che durante il fascismo furono perpetuate ai danni delle donne e degli omosessuali.

La dittatura mussoliniana costituì un caso particolare di  dominio patriarcale. Il regime sostenne e politicizzò la diversità tra uomo e donna a vantaggio dei maschi sviluppando un sistema particolarmente repressivo inteso a definire la condizione civile delle donne, a controllarne la sessualità, il lavoro salariato e la partecipazione sociale.

Interessante sottolineare come l’apparente normalità delle limitazioni delle libertà femminili, dovute anche alle tradizioni familiari della società cattolica italiane e ben rappresentate dalla condizione di Antonietta, abbia contribuito a renderle particolarmente mistificanti ed avvilenti.

Il regime condannava tutte le pratiche sociali connesse con l’emancipazione femminile, dal voto al lavoro extradomestico, al controllo delle nascite, cercando, per di più, di estirpare quegli atteggiamenti volti all’affermazione dei propri interessi individuali che sottostavano alle richieste di autonomia ed eguaglianza da parte delle donne.

Nel film Antonietta vive nella sua casa come rinchiusa in una prigione invisibile, si sente ma non sa di essere di fatto una prigioniera di fronte al quotidiano lavaggio del cervello a cui il regime la sottoponeva.

In questo senso il personaggio rappresenta efficacemente quell’Italia che sottostava al fascismo spesso per inerzia e scarso senso critico.

Emblematica è la scena in cui Gabriele leggendo tra le righe dell’album di Antonietta la frase secondo cui il Genio è inconciliabile con la natura femminile, domanda alla donna se è d’accordo. La risposta di lei rappresenta perfettamente l’anomalia della sua condizione: “Certo,  sono sempre gli uomini che riempiono i libri di storia”.

Sarà dunque l’incontro con l’altra vittima della storia, Gabriele, ad aprirle gli occhi sulla propria condizione.

Se le donne vengono confinate “all’atto fisico di produrre bambini, che è un dovere verso la patria”, per gli omosessuali le discriminazioni o meglio la  repressione è ben più dura.

Chi non mette su famiglia viene considerato un “disertore” in un momento in cui la propaganda diffonde lo slogan “O figli, o legnate!”.

In questo contesto l’omosessualità entrava in rotta di collisione con il modello virile e guerriero che il fascismo aveva scelto come punto di riferimento per il suo progetto di “fare gli italiani”.

Piuttosto che ammettere l’esistenza di omosessuali nella “Maschia Italia”, però, il regime preferì colpirli utilizzando l’accusa per altri reati o la normativa di ordine pubblico contro i “soggetti pericolosi”. Il comune confino era comminato agli omosessuali non sulla base di una legge apposita, bensì sul Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (promulgato con Regio decreto n. 773 il 18 giugno 1931) , che dava alla polizia il potere discrezionale di reprimere chi tenesse un atteggiamento “scandaloso”.

Ufficialmente Gabriele non perde il lavoro a causa della sua omosessualità ma a causa della sua voce non sufficientemente marziale e convincente per lavorare in radio.

Le punizioni prevedono due anni di arresti domiciliari, oppure la deportazione nelle isole o in remote località del Sud (Gabriele viene prima licenziato dalla radio dove lavora, poi confinato nel suo appartamento ed infine confinato in un paesino della Sardegna).

La pervasività di questa mentalità maschilista, misogina e omofoba tuttora presente nelle società più democratiche, dimostra come una sola battuta di Gabriele risulti tristemente universale: “Finisce sempre che ci adeguiamo alla mentalità degli altri, anche quando è sbagliata”.

Il colore di Roma in quegli anni nella mia mente è un non colore” in questa dichiarazione di Scola si potrebbe ricercare il significato di tutta la pellicola. Non colore infatti è quello della fotografia (il direttore della  fotografia del film è Pasqualino De Santis) poco satura che trasmette malinconia e senso d’oppressione come una storia di riscatto impossibile.

Già in partenza tutto quello che riguardava l’ambientazione e tutti i capi di vestiario erano stati decolorati. Poi girammo con un filtro speciale, e quindi decolorammo ancora in stampa” dichiarò Scola “[…e questo non fu soltanto per fare assomigliare maggiormente la fotografia ai pezzi di documentario con cui avevo aperto il film, ma perché la Roma di quei tempi [...] nel mio ricordo è un non colore neanche tanto grigio ma un po’ chiuso, un po’ spesso, come quello di una nebbia dentro le stanze, che poi al film è servito come lieve simbolo – anche se io i simbolismi li amo poco – di chiusura, di prigione; anche lì di esclusione“.

La grandezza di questo film, struggente ed emozionante, sta in quella dimensione dolce-amara di confidenza e affetto reciproco nella quale i due protagonisti, malgrado la loro diversità, si rifugiano per sfuggire alla realtà meschina in cui  vivono.

Dimensione che si distacca nettamente dalla falsità autocelebrativa dei due dittatori e dei loro radiogiornali.

Molto efficace è stata la scelta degli attori protagonisti, entrambi icone di una bellezza consumistica (la diva da desiderare, Lei, il latin lover infallibile, Lui) degradati a due personaggi umiliati e malinconici, che enfatizza la tragicità delle loro storie.

In un clima alienante scandito dalla voce marziale del telecronista del regime, le  anime dei protagonisti si conoscono, si comprendono a vicenda, si aiutano per un’unica intensa giornata. Una sola e unica giornata che cambierà le loro esistenze facendo sembrare tutto inesorabilmente diverso, sia per i protagonisti del film che per noi spettatori.

Quello che era accettabile non lo è più così come quello che prima appariva tragicamente normale.

Le mura di casa, le pretese prepotenti di un uomo volgare, lo stesso fascismo appariranno ad una donna semplice e sola infinitamente inutili e insopportabili.

Pubblicato da

  1. Bellissima recensione, di un film che è forse il mio preferito.

    Una definizione della dittatura potrebbe essere “l’incontro della politica con la sessualità”. Pauroso.

    Grazie per l’articolo!

  2. E’ un film che mi sta molto cuore, se non conoscessi gli sceneggiatori penserei che sia stato scritto da una donna.
    Proprio ieri il papa tuonava “Nella Ue l’educazione sessuale e civile minaccia la libertà religiosa”, sono felice che la mia recensione sia uscita lo stesso giorno. Spero riesca in qualche modo a far riflettere sull’assurdità di certi moniti.
    Grazie ancora per il tuo commento!!

  3. Una giornata particolare è un film adoro, lo trovo di una poesia e veridicità rare.
    Quanta amarezza nella prigionia astratta, mentale e spirituale.
    L’obbligo alla segregazione casalinga della Loren e la discriminazione di Mastroianni danno la misura di quanto sia sbagliata la distinzione basata sull’essere, donna o omosessuale.
    Che fortuna la fuga della gazza! Che profondità nell’incontro dei due malesseri così distinti eppure così simili.
    Un film che andrebbe proiettato sempre, che dovrebbero vedere tutti.
    Non posso che complimentarmi per una così ben fatta recensione!
    Benvenuta su Dillinger Alessandra!

  4. Grazie Simona e ancora complimenti per il progetto Dillinger!

Lascia un Commento